PER INIZIARE

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Notizie sommarie attribuiscono la fondazione ai monaci camaldolesi, ma questa semplificazione necessita di approfondimento. Vediamo come andarono le cose.

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  • L’eremitismo è una scelta di vita basata sul ritiro dalla società per dedicarsi alla solitudine, alla preghiera e alla meditazione. Le sue origini risalgono al III secolo nel deserto egiziano con figure come San Paolo di Tebe e Sant’Antonio abate. Questa pratica spirituale ha dato radice a importanti forme di ascesi e ordini religiosi nel corso dei secoli.

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  • Il cenobitismo è la forma di vita monastica in comune, fondata da San Pacomio in Egitto nel IV secolo, in contrasto con l’isolamento totale degli eremiti.

QUADRO STORICO

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  • 311 Editto di Galerio o della tolleranza
  • 313 Editto di Costantino, liberalizzazione del culto cristiano.
  • 380 Editto di Teodosio, il cristianesimo è religione unica e obbligatoria dell’impero romano.

 

A dispetto di queste norme, la situazione devozionale e dell’organizzazione delle curie e dei vescovati, dell’istituzione chiesa nel suo complesso, è stata per secoli estremamente disomogenea.

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Carlo Magno, per spengere definitivamente le eresie pagane nell’impero, fu costretto a promulgare il Capitulare di Sassonia nel 785 imponendo il battesimo e comminando  la pena di morte per chi si opponeva.

Si consideri inoltre che, fino al 25 dicembre dell’800 (incoronazione di Carlo Magno), la Chiesa, intesa come istituzione, non aveva nessun possedimento territoriale e il ruolo dei vescovi era semplicemente pastorale.

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È in questo contesto confuso e mutevole, che l’idea di chiesa legata al concetto di eremitismo (che solo dopo passerà alla fase cenobitica), iniziò a farsi strada, grazie a figure carismatiche.

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EREMITI

Notizie di uomini che cercavano la via perfetta per servire Dio, giunsero da oriente.

Agostino, Simeone lo Stilita, Antonio del deserto, vissero isolati dal mondo, in cima a una colonna o in fondo a un pozzo, nel deserto o su picchi isolati in perenne preghiera e costituirono i primi esempi a cui ispirarsi.

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Le prime esperienze di vita eremitica in Toscana si certificano in Capraia e Montecristo già nel 368, confermate poi dai racconti di un prefetto romano che, come possiamo appurare, non comprendeva l’isolamento di queste persone.

Avanzando nel mare già si vede innalzarsi la Capraia isola in squallore per la piena di uomini che fuggono la luce. Da sé con un nome greco si definiscono “monaci”, per voler vivere soli, senza testimoni.

Della fortuna, se temono i colpi, paventano i doni. Si fa qualcuno da sé infelice per non esserlo? Che pazza furia di un cervello sconvolto è mai questa: temendo i mali, non sopportare i beni?

Dal De redito suo –  Rutilio Namaziano 425 d.C.

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CENOBITI

Nel 525 Benedetto da Norcia fonda Montecassino e la regola monastica da lui scritta diventerà (soltanto tre secoli dopo) norma generale. Benedetto era uomo estremamente colto e inizia a trascrivere e preservare testi greci e latini che la chiesa ufficiale riteneva inutili.

Nel 575 Finnian, conosciuto come Frygianus o Fredianus, principe di stirpe irlandese, di ritorno da un pellegrinaggio a Roma, si insedia sul Monte Pisano (a Rupecava), dando vita al primo nucleo eremitico. Tanta era la devozione per questo eremita che fu chiamato dai lucchesi a ricoprire la carica vescovile. Frediano fu l’ideatore della deviazione dell’Auser (il Serchio) che prima invadeva Lucca, attraverso la spaccatura di Ripafratta, fino al mare.

Nel 580 Cassiodoro, segretario personale di re Teodorico, al suo ritiro dalla vita politica, fonda un romitorio in Calabria. 

Nel 615 Colombano, altro monaco irlandese, fonda l’eremo a Bobbio , alimentando la trascrizione dei libri.

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Un grande impulso alla formazione di nuclei cenobitici la dà l’abate Romualdo, che nel 1012  fonda l’eremo di Camaldoli. Romualdo è uomo colto e figlio del duca di Ravenna, ripudia il padre, e viaggi per tutta l’Europa prima di ritirarsi e dedicarsi alla vita eremitica.

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Grazie a questi esempi (da notare che sono tutti uomini colti che hanno a cuore la preservazione e l’ampliamento della conoscenza), dal IX secolo iniziano a proliferare gli insediamenti monastici e il Monte Pisano si rivela particolarmente gradito come scelta logistica. Molte grotte naturali (Verrucola, Spelonca, Rupecava, Cerasomma) accolgono comunità di matrice benedettina. Il monte è ricco di acqua, legname e pietre, elementi essenziali.

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DIFFUSIONE DEI CENOBI

Gli spostamenti dei monaci e le scelte che interessano il territorio pisano, vanno sempre correlati all’importanza marittima, politica e commerciale della Pisa antica e medievale, luogo di scambi, culti, linguaggi. Del resto, anche Pietro, primo apostolo e papa proveniente dalla Siria, sbarcò nel 42ad gradus maris” località che oggi conosciamo come san Piero a Grado.

Un grande impulso alla costruzioni dei cenobi lo dette in modo del tutto involontario la politica degli imperatori sassoni, succeduti ai carolingi.

Ottone I nel 962, sopprime il regno d’Italia e accentra il potere nelle sue mani. I proprietari di terre sia pianeggianti che montane, col timore di perdere i possedimenti, preferiscono cedere, in concessione, porzioni di territorio a congregazioni religiose, tanto maschili che femminili. I religiosi si prendono cura del territorio, coltivano, curano i boschi, cavano e tagliano pietre, pagano le decime ai proprietari e li preservano così dall’esproprio. Nascono i cenobi di san Rossore, san Matteo in Orticaia (oggi museo nazionale), san Michele in Verruca, santo Stefano oltre Ozzeri, san Paolo a Pugnano.

Gli insediamenti eremitici del monte pisano, accettano regole di convivenza e si passa al cenobitismo, una forma di convivenza religiosa dettata da regole.

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NUMERI PER RIFLETTERE

Dal 1101 al 1200 si contano 15 papi e 11 antipapi, in perenne lotta per il predominio. Lo scontro papato-impero è un altro elemento di spinta alla vita monastica, che ricerca e persegue modelli più virtuosi di convivenza ecclesiastica alienando concetti di potere e possesso.

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Fra i papi del XII secolo ritroviamo

  • Giovanni Caetani – Gelasio II  (nato a Gaeta da famiglia pisana)
  • Pietro Bernardo dei Paganelli – Eugenio III nato a Montemagno
  • Rolando Bandinelli – Alessandro III nato a Siena
  • Ubaldo Allucingoli – Lucio III nato a Lucca

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Questi capi della chiesa, toscani, indirizzarono e influenzarono molte delle azioni dei movimenti monacali anche sul Monte Pisano.

LE REGOLE MONASTICHE

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Una norma di carattere generale che riguarda gli ordini monastici è quella che prevede, stante il riconoscimento da parte del papa, la totale indipendenza dei monaci, delle abbazie, dei cenobi, dai preti, dai vescovi e dai cardinali, ovvero dal clero secolare. Questa dicotomia religiosa portò frutti buoni e meno buoni, controversie e scontri, appartenenze politiche a partiti o fazioni.

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Si è soliti considerare san Benedetto da Norcia, il padre del monachesimo, ma è corretto sottolineare che negli anni dal 395 al 629 si possono censire 33 regolamenti di convivenza e organizzazione ispirati alla vita eremitica e cenobitica, redatti da religiosi nell’area mediterranea.

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Le regole non erano segrete e indubbiamente le prime influenzarono le successive.

Benedetto, la cui regola conta 73 capitoli, fu il primo a disciplinare i rapporti interni delle comunità ed esterni, rispetto agli abitanti di città e paesi.

Il documento redatto intorno al 540 fu approvato soltanto nel 817 dal Concilio di Aquisgrana, presso la corte carolingia che lo rese obbligatorio su tutto il territorio del Sacro Romano Impero. 

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Dato che la fondazione della chiesa a san Bernardo è attribuita ai camaldolesi, vediamo come e quando agì Romualdo.

Maldolo, un ricco signore del Casentino, donò un terreno a Romualdo e così nacque Ca’ Maldoli, la Casa di Maldolo nel 1012.
Romualdo, oltre a Camaldoli fondò molti altri cenobi sempre seguendo la regola benedettina.

Fu solo nel 1072 che papa Alessandro II riconobbe l’indipendenza dell’ordine. Nel 1080 furono scritte le prime norme sulla base della regola benedettina, ma il disciplinare camaldolese è ufficiale soltanto dal 1253 poi revisionato nel 1572.

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QUALE REGOLA A SAN BERNARDO?

Se la chiesa dei santi Jacopo e Verano, poi ribattezzata di san Bernardo, fu fondata come cella romitoria prima dell’anno 1000, non è corretto attribuirla ai monaci camaldolesi che, solo successivamente, occuparono e gestirono l’eremo.

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Per ciò che attiene al passaggio della chiesa agli Agostiniani, è bene ricordare che i monasteri del Monte Pisano acquisirono pian piano terreni e potere. Si unirono anche in una sorta di federazione, per mantenere i propri privilegi.

Nel 1223 si stipula fra quattro romitori del Monte Pisano un contratto di congregazione.

Nel 1228 altri eremi aderiscono (anche quello di Jacopo e Verano) arrivando a contare 13 cenobi aggregati (Congregatio Tredecim Cellarum). L’eremo guida è quello di Rupecava.

Nel 1243 altri eremi toscani chiedono e ottengono di unirsi. I monaci gestiscono territori che vanno dalle Apuane alla Maremma.

Nel 1243 al 16 dicembre, papa Innocenzo IV concede (Bolla Incubit Nos) il titolo di Congregazione Eremitica. Questa istituzione gestisce territori immensi e ha quindi un grande potere

Nel marzo del 1244 Innocenzo IV comprende che ha commesso un grave errore e corre ai ripari.

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Fonda ex novo l’Ordine degli Agostiniani (non è mai esistito un ordine agostiniano prima di quella data),  e trasferisce d’autorità tutti gli eremitici all’interno della nuova forma giuridica che è sotto il suo personale controllo.

È la fine del movimento cenobitico inteso come movimento di pura innovazione pastorale e devozionale.

I monaci cesseranno di essere movimento innovativo della chiesa e saranno elemento di gestione di poteri e territori per la chiesa.

SANTI E RELIQUIE, PRIMARIE, SECONDARIE E DA CONTATTO

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La reliquia è sempre stata considerata un ponte materiale tra terra e cielo, atta all’ottenimento della grazia di Dio.

Il culto delle reliquie è antichissimo. Basti pensare che Il nucleo di una primissima disciplina in tema di reliquie si coglie in una Constitutio del 26 febbraio 386 dove gli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio istituirono un chiaro interdetto affinché nessuno fosse autorizzato a trasferire un corpo inumato in luogo diverso da quello della sepoltura, inibendo altresì lo smembramento dei martiri per fare delle loro vestigia oggetto di mercimonio.

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Nel 411, al Concilio di Cartagine fu stabilito l’obbligo di porre alla base dell’altare su cui veniva compiuto il sacrificio eucaristico i resti mortali dei martiri.

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Il canone cartaginese fu ripreso e sostenuto da Carlo Magno. Celebrare l’eucaristia su un altare che non contenesse reliquie era contra legem.

Iniziò la proliferazione e il commercio delle reliquie con casi paradossali, come le tre teste di san Giovanni, conservate in tre nazioni diverse.

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Nell’anno 855 con il Concilio di Pavia, la chiesa emana severe regole per evitare il mercimonio delle reliquie.

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IL COMMERCIO DELLE RELIQUIE

Gli astuti mercanti (a Pisa di certo non mancavano), passano al contrattacco elaborando diverse strategie. Iniziarono i furti di reliquie. Il furto è di per sé un’attestazione di autenticità. Chi ruberebbe una cosa falsa? Si inventano anche le reliquie secondarie, ovvero oggetti toccati dai santi, abiti indossati, calzari, bastoni da viaggio.

Nasce il commercio delle reliquie, necessarie per consacrare e dedicare le chiese di nuova costruzione.

Dalla Sardegna arrivano le storie di Efisio e Potito, dall’Africa arriva il culto di santa Giulia a cui è dedicata la pieve di Caprona, ma anche le reliquie di san Regolo, san Cerbone, san Felice e san Mamiliano.

A Pisa arriva anche il culto orientale di Nicola, Apollinare, Gamaliele, Nicodemo,  Abibone e del martire Ermolao il cui braccio si conserva nella Pieve di Calci.

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DEDICAZIONE DELL’EREMO

La chiesa di cui ci occupiamo è intitolata a Jacopo e Verano, ma perché?

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Dall’ebraico Ya‘aqov derivano

  • il latino Iacobus (forma più antica)
  • il latino tardo Iacomus (forma più evoluta)

e quindi Jacopo, Iacopo, Giacomo, Jago, Iago, Tiago, Thiago.

L’apostolo Giacomo viaggiò in Spagna tentando di evangelizzare quella regione, ma ottenendo scarsi risultati, tornò sui propri passi. Rientrato in Palestina fu giustiziato nel 44 d. C.

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Secondo una leggenda il corpo fu miracolosamente traslato in Spagna, dando vita all’idea del Cammino di Santiago di Compostela.

Giacomo-Jacopo, incarna l’ideale del viaggiatore, protettore dei pellegrini e dei viandanti

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Wrein, Verano o meglio san Verano, fu il vescovo di Cavaillon (Provenza), padrino e tutore dei re merovingi, venerato anche in Toscana, soprattutto nella zona di Pisa e Lucca, dove il suo culto si diffuse tra il X e il XII secolo sicuramente in dipendenza dei contatti marittimi e commerciali.

Verano intraprese un pellegrinaggio dalla Francia a Roma e non è escluso che sia passato per la città più importante del VI secolo, cioè Pisa e per i suoi dintorni.

Verano lascia infatti traccia del suo andare a Peccioli, verosimile la presenza a Buti, Capannori, Calci. Ecco un santo da contatto, da presenza e la memoria del passaggio diventa reliquia.

Se Jacopo è protettore del camminare, Verano lo è del permanere.

Difficile stabilire se la dedicazione della chiesa sia stata subitanea o posteriore all’atto della fondazione.

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LA PRESENZA DI BERNARDO DI CHIARAVALLE

Per ciò che attiene a Bernardo di Chiaravalle (si veda l’approfondimento) fu di certo a Pisa a più riprese negli anni dal  1132 al 1135 e certamente anche a Calci, Montemagno e all’eremo dei santi Jacopo e Verano. La dedicazione della chiesa a Bernardo non è mai avvenuta in modo ufficiale. Ma il parlar di popolo, iniziò a citare san Bernardo dopo la sua canonizzazione avvenuta nel 1117 da papa Alessandro III, un papa toscano.

E quel nome così famoso fu legato alla chiesetta sul Monte Pisano, Reliquia da contatto o da presenza.